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L'orologio automatico

Il calibro
3120 del Royal Oak di Audemars Piguet
ha un rotore bidirezionale, in oro
22 carati, montato su cuscinetto
a sfere.
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aricare
l’orologio o “dargli la corda”,
come dicevano i nostri nonni, è un’abitudine
che per alcuni anni è andata quasi
del tutto dimenticata. Con l’avvento
e la vastissima diffusione degli orologi
al quarzo si è rischiato di mandare
in pensione per sempre questo che, dagli
appassionati, è considerato una
sorta di “rito” (è il
momento in cui concediamo un po’ di
tempo ai nostri amati segnatempo, curandoli
e rimirandoli), e ancora oggi ai bambini
va spiegato che non tutti gli orologi hanno
bisogno delle pile!
Tuttavia è innegabile
che sia piuttosto noioso nella vita di
tutti i giorni doversi
ricordare di caricare l’orologio.
Perciò, fin dal 1700, ossia dagli
anni di Abraham-Louis Breguet, sono stati
tanti gli orologiai che si sono arrovellati
per trovare un sistema meccanico che si
sostituisse alla mano dell’uomo,
mantenendo l’orologio sempre carico
automaticamente. Da questi studi è nato
il meccanismo di carica automatica come
oggi lo conosciamo, la cui messa a punto è universalmente
attribuita dagli studiosi all’orologiaio
Abraham-Louis Perrelet (1729-1826).
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Audemars Piguet ha dotato il Royal
Oak automatico dell'esclusivo Calibro
3120. Dal fondello in vetro zaffiro
se ne possono ammirare le incisioni
e le finiture di altissima qualità.
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Al pari di meccanismi più sofisticati
quali il cronografo o la ripetizione a
minuti, la carica automatica è passata
attraverso numerose trasformazioni, attuate
per migliorarne funzionalità e rendimento.
La prima realizzazione che ha avuto un
vero e proprio impiego industriale, con
un funzionamento regolare ed efficace, è stata
quella della Rolex, con il suo sistema
Perpetual, datato 1931. Negli anni, poi,
quasi tutte le manifatture orologiere hanno
messo a punto un meccanismo di carica automatica
di propria concezione, sia pure avvalendosi
dei risultati raggiunti dalle altre Case
prima di loro.
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Inserire un movimento automatico con due bariletti all’interno
di una cassa ultrapiatta, come quella del L.U.C “XP” in oro
rosa, non è un’impresa da poco. I maestri orologiai della
Chopard Manifacture sono riusciti a ottenere questa prodezza grazie a
una costruzione ardita con rotore decentrato.
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Ma per capire come funziona
un meccanismo di carica automatica è necessario
sapere cosa succede quando si carica un
orologio. Noi tutti conosciamo il caratteristico
rumore che emette un orologio meccanico
durante questa operazione: un suono che
non ci è nuovo. Ci rammenta qualcosa
che è radicato in un angolo lontano
della nostra mente…
Ricordate i giocattoli
a molla di quando eravamo bambini, e
il rumore che faceva la chiavetta quando
venivano
caricati? È lo stesso, sebbene
molto più chiassoso e certamente
meno elegante, di quello del nostro orologio
meccanico. Questo perché il suo “motore” è una
molla, esattamente come quella contenuta
nei giocattolini di latta che oggi sono
tornati tanto in voga. Si tratta di una
molla a nastro, avvolta su se stessa
come il rotolino delle stelle filanti
di carnevale
e contenuta in un cilindro metallico
di forma piatta, chiamato bariletto.
Un capo
della molla è collegato all’albero
che si trova al centro del bariletto,
l’altro
capo, quello esterno, è fissato
alla parete del bariletto stesso.
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L’energia necessaria ad alimentare il funzionamento dell’orologio
viene fornita da una molla (lamina d’acciaio) contenuta nel bariletto.
L’energia dissipata durante il funzionamento viene ripristinata
mediante la ricarica manuale o automatica.
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Quando
giriamo la rotellina che si trova sul
fianco destro della cassa (ovvero
la corona di carica) una serie di ingranaggi
trasmette questa rotazione all’albero
del bariletto che, non essendo fisso,
ruota a sua volta trascinando con sé il
capo della molla. Man mano che l’albero
ruota, quindi, la molla gli si avvolge
attorno sempre più strettamente.
Per sua natura, una volta arrotolata
la molla tende a srotolarsi liberando
energia,
ossia il “carburante” che
permette al motore dell’orologio
di funzionare.
Per ben capire questo fenomeno,
proviamo a fare un esperimento. Prendiamo
una striscetta di carta stretta e lunga
(come la stella filante di cui sopra) e
arrotoliamola su se stessa fino a ottenere
un rotolino che stringeremo fra il pollice
e l’indice. Ora, posiamo il rotolino
su un piano e lasciamo la presa: la striscia
di carta si srotolerà velocemente
disegnando una spirale.
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Questo Pasha 42mm di Cartier, in oro bianco e brillanti, è dotato
di Calibro automatico 8000 MC, doppio bariletto e invertitore di carica,
che permette d’impiegare il moto del rotore qualunque sia il suo
senso di rotazione.
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Ebbene, questo è proprio
quello che accade alla molla di carica
all’interno del nostro orologio.
Nel caso dell’orologio, tuttavia,
la molla non si srotola liberamente, poiché vincolata
dagli ingranaggi del movimento.
Ecco quindi
la nostra molla srotolarsi lentamente
rilasciando l’energia elastica accumulata durante
la carica, quell’energia che permetterà all’orologio
di marciare.
Dopo queste precisazioni, è più facile
comprendere in che cosa consistano i
meccanismi automatici messi a punto dagli
orologiai
per risparmiarci di intervenire manualmente
sull’orologio, almeno finché lo
indossiamo al polso.
Tutti i meccanismi
di carica automatica, infatti, utilizzano
l’energia che noi stessi imprimiamo
all’orologio con i nostri movimenti
quotidiani.
Il principio su cui si basano è quello
di sostituire l’azione manuale
di girare la corona con il moto rotatorio
di una massa metallica di forma semicircolare
posta sul movimento. Sotto la spinta
dei
nostri gesti, infatti, questa massa metallica,
chiamata rotore, si muove attorno al
proprio asse caricando l’orologio:
può limitarsi
a oscillare (da cui la denominazione
equivalente di massa oscillante), oppure
può compiere
vari giri su se stessa.
Il Flat
Six Chrono automatico Porsche Design,
qui nella versione con quadrante
grigio, impiega un calibro automatico
ETA, uno dei movimenti più affidabili.
Il rotore di carica si ispira ai
cerchi in lega delle auto Porsche.
Nel modello
PTC Limited Edition Porsche Design
il vetro zaffiro posto sul fondo
cassa consente di ammirare la brillante
tecnica costruttiva del movimento
automatico, evidenziata dalla massa
oscillante in titanio che riprende
il design dei cerchi di una Porsche
Racing. Il segmento in tungsteno
della massa oscillante è dello
stesso colore rosso del quadrante.
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Omega De Ville Hour Vision, in oro rosa, monta un nuovo movimento automatico
certificato COSC, il Calibro 8501, azionato da un rotore bidirezionale
di provata efficienza, anch’esso in oro rosa. L’utilizzo
di due bariletti garantisce all’orologio un’autonomia
di marcia di 60 ore.
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L’orologio
Vintage 1945 Carrée di
Girard-Perregaux è dotato
di movimento meccanico a carica
automatica GP 4500.
Questo calibro è una delle ultime creazioni dell’antica
manifattura e presenta varie caratteristiche innovative, tra cui una
maggiore efficacia di ricarica. La massa oscillante a ricarica monodirezionale è montata
su cuscinetto a sfere in ceramica che non necessita di lubrificazione.
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È firmato
Baume & Mercier il modello automatico
Hampton Square XL Magnum, con cassa
d’acciaio e titanio e rinforzi
di caucciù, indicazione della
data e del secondo fuso orario, cinturino
di caucciù. Il movimento della
massa oscillante, decorata a Côtes
de Genève, è visibile
attraverso un’apertura posta
sul fondello.
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Detto così sembrerebbe
l’uovo di Colombo, ma il collegamento
fra la massa oscillante e il bariletto
non è così facile a causa
degli attriti che dissipano l’energia.
Quindi, la principale difficoltà nella
realizzazione del meccanismo di carica
automatica risiede nel sistema di trasmissione
del moto oscillatorio o rotatorio di questo
dispositivo al bariletto. Ed è proprio
nel tipo di sistema di trasmissione utilizzato
che si individuano le principali differenze
tra i movimenti automatici prodotti dalle
varie Case orologiere.
La maggiore differenza è nella
presenza o meno dell’invertitore
di marcia, un elemento che può essere
realizzato in vari modi e che serve a
impiegare il moto del rotore qualunque
sia il suo
senso di rotazione.
Altre differenze fra
i meccanismi di carica automatica possono
interessare la forma e la posizione del
rotore di carica, che può anche
non essere imperniato al centro del movimento:
si parlerà allora di rotore decentrato
o planetario. Infine, ci sono elementi
del sistema di carica che, pur non appartenendo
al meccanismo della carica automatica,
fanno la differenza fra un movimento
automatico e l’altro.
Ad esempio
il numero di bariletti, che attualmente
negli orologi
da polso va da uno a quattro (nel caso
in cui siano due, si parla di “doppio
bariletto”), per aumentare l’autonomia
dell’orologio, la quale può variare
da circa quaranta ore a ben quindici
giorni. Lo studio della carica automatica
non si esaurisce qui. Essendo un meccanismo
che
dipende fortemente dall’utilizzatore
e dai suoi movimenti consapevoli e inconsapevoli,
per massimizzarne le prestazioni gli
orologiai si sono trasformati perfino
in osservatori
delle abitudini umane.
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Negli orologi della collezione Reverso Squadra di Jaeger-LeCoultre, il
rotore è montato su cuscinetto a sfere con biglie di ceramica
che sostituiscono quelle in acciaio inossidabile, un sistema che non
necessita né di manutenzione né di lubrificazione. Nell’immagine
il modello Hometime. Dall’altro lato della cassa è visibile
il movimento su cui spicca il rotore semicircolare.
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Così, se
hanno stimato nel numero di circa 3.000
i movimenti che imprimiamo quotidianamente
al nostro orologio (più che sufficienti
nella maggior parte dei casi ad assicurare
un costante stato di carica del movimento),
hanno anche studiato la risposta del
meccanismo di carica automatica al tipo
di attività svolte
dall’utilizzatore dell’orologio.
Se infatti si conduce una vita troppo
sedentaria, si rischia di caricare troppo
poco il proprio
orologio automatico, a svantaggio della
sua precisione.
Al contrario, un’attività sportiva
intensa può sottoporre il meccanismo
di carica automatica a eccessivi stress.
Per questo motivo sono stati studiati,
ad esempio, dei sistemi per modificare
la geometria del rotore di carica e adattare
la sua inerzia al tipo di attività svolta
da chi indossa l’orologio.
Gli studi sulla carica automatica,
quindi, nonostante i 200 anni di evoluzione,
non si sono ancora arrestati. Miglioramenti
sono stati introdotti negli ultimi anni
sui componenti, per ridurre sempre più l’attrito
e l’usura del meccanismo (ad esempio
con l’uso di cuscinetti a sfere con
biglie in ceramica). Altre sperimentazioni
sono invece orientate a massimizzare l’efficienza
del meccanismo in funzione della precisione
dell’orologio.
Si tratta di attività in
cui le aziende investono energie e capitali,
per
mantenere i propri prodotti a quei livelli
di eccellenza che determinano la differenza
fra orologeria e Alta Orologeria.
Dody
Giussani
(Testo
e foto sono tratti dal libro dell'Antica
Orologeria Candido Operti Racconti
Preziosi 2007-2008) |