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immagine Hampton City Chrono XL di Baume & Mercier

Il cronografo

Nel linguaggio comune viene spesso confuso, erroneamente, con “cronometro”, termine che si riferisce, più specificamente, a un orologio di precisione, non importa se cronografo o solotempo.

Composto da crono (tempo) e grafo (scrivo), il cronografo dovrebbe essere uno strumento che scrive il tempo. Sarebbe decisamente più corretto, quindi, chiamarlo “cronoscopio”, dove scopio (guardo, vedo) rinvia alla vera funzione di questo orologio, che è quella di indicare visivamente la durata di un evento.

L’equivoco linguistico, che non ha affatto condizionato il successo del modello in questione, ha precise ragioni storiche. Il nome “cronografo” fu coniato, intorno al 1820, per l’invenzione di un orologiaio francese, un certo Nicolas Mathieu Rieussec: si trattava di un curioso marchingegno, dotato di un piccolo serbatoio d’inchiostro, la cui “lancetta” lasciava due segni su un quadrante di smalto bianco, uno alla partenza e uno all’arresto del meccanismo, consentendo così una misurazione abbastanza precisa, e scritta, della durata di un determinato fenomeno.

Il nome “cronografo” fu coniato, intorno al 1820, per l’invenzione di un orologiaio francese, un certo Nicolas Mathieu Rieussec: si trattava di un curioso marchingegno, dotato di un piccolo serbatoio d’inchiostro, la cui “lancetta” lasciava due segni su un quadrante di smalto bianco, uno alla partenza e uno all’arresto del meccanismo, consentendo così una misurazione abbastanza precisa, e scritta, della durata di un determinato fenomeno. Era nato il "chronographe pointeur", del quale i moderni cronografi hanno conservato soltanto il nome, entrato nel linguaggio comune di costruttori e pubblico nonostante la tecnica, su cui esso si basava, fosse stata abbandonata poco dopo la sua invenzione.

Già nel 1831, per esempio, un tale Joseph Thaddeus Winnerl, orologiaio d’origine austriaca ma operante a Parigi, propose un sistema alternativo, ovvero un orologio con doppia lancetta dei secondi, nel quale la prima lancetta poteva essere fermata all’inizio dell’evento e la seconda alla fine: in pratica, un antenato del successivo “cronografo sdoppiante” e un’elegante soluzione ai problemi principali del chronographe pointeur, quali il rifornimento dell’inchiostro e l’inevitabile necessità di ripulire periodicamente il quadrante!

In realtà, la giusta direzione verso il cronografo moderno era stata tracciata molto tempo prima, addirittura nella seconda metà del Settecento, quando l’orologiaio svizzero Jean-Moïse Pouzait aveva brevettato la sua “montre à secondes mortes indépendantes”: un orologio con la lancetta dei secondi azionata da un meccanismo indipendente dal meccanismo che muoveva le lancette delle ore e dei minuti, e comandabile tramite un apposito pulsante.

È evidente la portata innovativa di questa invenzione, che per la prima volta consentiva di effettuare delle misurazioni di eventi brevi (all’epoca soprattutto corse di cavalli) con le semplici operazioni di avvio e arresto della lancetta dei secondi; il tutto mantenendo la regolare marcia del tempo e quindi l’indicazione dell’ora esatta. Rimaneva – questo sì – un problema: il ritorno a zero della lancetta dei secondi richiedeva un certo tempo, e ciò rendeva impossibile misurare la durata di eventi consecutivi.

Solo molto tempo dopo, nel 1844, avrebbe ovviato a questo inconveniente Adolphe Nicole, un bravo orologiaio svizzero trasferitosi a Londra: egli brevettò una piccola camma a forma di cuore che, fissata sull’asse della lancetta dei secondi, ne permetteva l’istantaneo ritorno a zero. A questo punto la strada verso lo sviluppo del cronografo era davvero tracciata: con un solo pulsante potevano essere comandate le tre funzioni principali, ovvero la partenza, l’arresto e il ritorno a zero.

Verso il cronografo da polso a doppio pulsante

Alla fine dell’Ottocento, la meccanica del cronografo fu oggetto di numerosi brevetti, a testimonianza dell’interesse che aveva suscitato presso gli orologiai dell’epoca. Così, esso divenne uno strumento sempre più perfezionato e raffinato, aprendosi a diverse “specializzazioni”. Prima fra tutte quella del cronografo sdoppiante (o rattrappante), che riprendeva la tecnica di Winnerl: un orologio con due lancette centrali dei secondi e un pulsante supplementare di comando.

Azionando il pulsante normale, le due lancette partivano, avanzavano e si fermavano restando perfettamente sovrapposte, una sopra l’altra; se invece si azionava il pulsante supplementare durante la marcia, la lancetta superiore (sdoppiante) si arrestava mentre quella inferiore proseguiva il suo cammino, ma ad una ulteriore pressione sul pulsante in questione, la lancetta sdoppiante avanzava di scatto riposizionandosi esattamente sopra la lancetta del cronografo.

All’inizio del Novecento, lo sviluppo dell’orologio da polso aprì nuovi orizzonti anche in questo settore, imponendo ai costruttori nuove ricerche relativamente alla cassa e, soprattutto, ai movimenti, che dovevano essere opportunamente modificati e ridotti nelle dimensioni.Un meccanismo complesso, insomma, ma utile per misurare il tempo di due fenomeni che hanno lo stesso inizio ma una durata diversa. Sul finire del diciannovesimo secolo, dunque, il cronografo aveva ormai un ruolo ben preciso nella storia dell’orologeria. Ma, fino ad allora, si trattava esclusivamente di cronografi da tasca.

All’inizio del Novecento, lo sviluppo dell’orologio da polso aprì nuovi orizzonti anche in questo settore, imponendo ai costruttori nuove ricerche relativamente alla cassa e, soprattutto, ai movimenti, che dovevano essere opportunamente modificati e ridotti nelle dimensioni. Già intorno al 1910 era possibile trovare sul mercato calibri cronografici di misure ridotte, come risulta da un opuscolo della ditta Moeris. Negli anni immediatamente successivi anche Case come la Breitling e l’Omega pubblicizzavano i loro cronografi da polso.

Sempre grazie alla ditta G. Léon Breitling di La Chaux-de-Fonds, nel 1934 fu brevettato il cronografo da polso a doppio pulsante. In pratica, con il pulsante posizionato in corrispondenza del 2 si faceva partire e fermare il cronografo, mentre con il pulsante posizionato in corrispondenza del 4 si effettuava la rimessa a zero.

Pubblicizzato come orologio per lo sport, il cronografo poteva entrare definitivamente nella sua fase di piena maturità. Ben definita, ormai, anche la sua fisionomia, con la grande lancetta centrale dei secondi (trotteuse in francese), un piccolo contatore per misurare ’ultimo – classico cronografo “a due contatori” degli anni trenta e quaranta – si è giunti al moderno “tre contatori” con la semplice aggiunta di un contatore delle ore. In tal modo, è stato finalmente possibile misurare eventi anche di lunga durata, diversamente da quanto permettevano di fare i primi cronografi da tasca.

In aggiunta a queste indicazioni, i cronografi possono riportare una serie di “scale”, generalmente riportate sulla circonferenza del quadrante, grazie alle quali diventano importanti strumenti di calcolo, particolarmente utili in diverse circostanze.

Le più comuni sono la scala tachimetrica, per misurare la velocità di un corpo in movimento, come ad esempio un’automobile; la scala telemetrica, che consente di conoscere la distanza che ci separa da un fenomeno che si manifesta in modo visibile e udibile, come nel classico caso del lampo e del tuono; la scala pulsometrica, detta anche medicale perché utile nella determinazione del numero delle pulsazioni cardiache al minuto.

Un grande successo dei nostri tempi

Non c’è dubbio che il cronografo rappresenti uno dei generi di maggior successo nel panorama orologiero contemporaneo. Altrettanto evidenti sono l’ampiezza e il livello qualitativo dell’offerta messa in atto dalle grandi Case, che di fatto rappresenta un richiamo irresistibile per il pubblico degli appassionati.

Dal classico cronografo “a due contatori” degli anni trenta e quaranta, si è giunti al moderno “tre contatori” con la semplice aggiunta di un contatore delle ore.Nella storia recente uno dei modelli più importanti è stato El Primero della Zenith, lanciato nel 1969, equipaggiato con un calibro di straordinaria compattezza (6,5 millimetri di spessore) che lo ha reso idoneo ad accogliere, nel tempo, diverse complicazioni aggiuntive, come ad esempio le fasi della luna, senza aumentare troppo in altezza. Tra le sue caratteristiche vincenti anche l’elevata frequenza del bilanciere (36.000 alternanze/ora), che assicurava una notevole stabilità di marcia, rendendo possibile la misurazione dei tempi brevi al decimo di secondo.

Molto raffinata, poi, la tecnica della ruota a colonne, che contraddistingue i cronografi di qualità più elevata.

Famoso lo Speedmaster di Omega, scelto dalla Nasa per equipaggiare gli astronauti nella storica missione lunare del 1969 e successivamente per le altre spedizioni nello spazio: un’impresa che gli è valso il titolo ufficiale di “Moonwatch” e una notorietà davvero eccezionale.

Autentico oggetto di culto è stato, ed è, il Daytona della Rolex, uno degli orologi più ambìti dai collezionisti. Ma la palma dell’innovazione spetta al Chrono 4 di Eberhard, di recente realizzazione, che ha rivoluzionato la tradizionale disposizione dei contatori, allineandoli orizzontalmente nella zona inferiore del quadrante.

Nel complesso, attualmente i modelli di cronografo disponibili sul mercato sono così tanti da soddisfare un pubblico assai vasto: esemplari sportivi ed eleganti, meccanici e al quarzo, in metallo nobile e non, naturalmente appartenenti a diverse fasce di prezzo.

E poco importa se non tutti i possessori di un cronografo hanno la necessità di misurare la durata di un evento: il fascino di questo tipo di orologio, infatti, va ormai ben oltre le sue funzioni.

 

Anna Rita Romani

 

Testo e foto sono tratti dal libro dell'Antica Orologeria Candido Operti
Racconti Preziosi 2003

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